Ricordi di Natale

 “Credo che sia un artista chiunque sappia fare bene una cosa; cucinare, per esempio” (Andy Warhol)

Metà novembre, Natale si sta avvicinando.
Qui a Milano, quand’ero piccola, nel periodo natalizio gli zampognari entravano nei cortili, suonavano le tipiche melodie del genere “piva piva l’oli d’uliva, gnaca gnaca l’oli che taca” e la gente li ricompensava lanciando dalle finestre qualche monetina. Al giorno d’oggi vengono multati per mancanza di permessi da parte del Comune. L’arte è arte, ma forse non tutti la pensano come la sottoscritta.
In quel periodo meraviglioso dell’anno ad ogni angolo di strada si potevano trovare i venditori di caldarroste ed io ricordo con una tenerezza infinita che, uscendo a spasso con mia mamma, le chiedevo “mamma, mi compri le castagne…?”. Lei me le prendeva sempre e ricordo come se fosse ieri che il profumo di quel cartoccio caldissimo che tenevo fra le mani mi inebriava.
Io ero bambina e mia mamma era una donna giovane e forte, nata e cresciuta nella Bassa Padana, gente all’antica. Quando la guardo ora, provata dagli anni, dalle umane malattie e da una vita non sempre degna di questo nome, la prima cosa che mi viene in mente sono quelle due figure. La donna e la bambina, la mamma e la figlia ferme dal venditore di caldarroste. E mi fa male. Ancora adesso, nonostante io abbia superato la quarantina, quando ripenso a quei momenti non riesco a non commuovermi ed a non pensare a quante cose sono cambiate da quelle calde e profumate caldarroste ad oggi.
Sale il magone e scendono le lacrime.
Tutto sembrava facile, tutto sembrava a portata di mano. Avevo la vita intera davanti a me, ci credevo, mi fidavo e le andavo incontro a viso aperto. Credevo che tutto fosse immodificabile ed eterno. Convinta che tutto sarebbe rimasto come in quel preciso istante.
Io bambina ed i miei genitori giovani.
A quell’età non avrei mai nemmeno lontanamente immaginato cosa avrei dovuto affrontare negli anni e quanto sia difficile, e spesso impossibile, vivere. Poi è arrivato lui, mio fratello. Avevo già 10 anni e quel bimbo mi sembrava un bambolotto e come tale lo trattavo. Lo cambiavo, lo vestivo ed a volte lo maltrattavo un pochino ma ringrazio il cielo di averlo. Ora che io supero i 40 anni e lui i 30 siamo pari: siamo due adulti. Non che sia stato tutto rose e fiori tra noi ma per fortuna lui c’è, in un modo o in un altro lui c’è e ci sarà sempre.

26/11/2013 – Ricordo quei giorni scanditi dall’attesa di Babbo Natale. Ricordo il calendario dell’Avvento appeso in casa che io chiamavo “finestrine”. Quel particolare calendario di cartoncino con 25 finestrelle numerate da aprire giorno per giorno nel mese di dicembre.
Ogni mattina non vedevo l’ora di alzarmi dal letto per vedere cosa c’era sotto la “finestrina” del giorno. 1, 2, 3, 4…sino al 25, giorno in cui la finestrella era molto più grande ed aprendola si trovava l’immagine del Presepe.
Sicuramente sembrerà assurdo e ridicolo ma io, a 45 anni suonati, quest’anno ho appeso in casa dei miei genitori un calendario del genere. Dal 1 dicembre mia mamma e mio fratello cominceranno ad aprire le “finestrine” ogni giorno.

Ho sempre amato i libri sin da piccola e questo i miei genitori lo sapevano bene. Babbo Natale quindi provvedeva a consegnarmi giocattoli in quantità, montagne di libri e la mitica frutta martorana. Mamma e papà nascondevano tutto in un appartamento minuscolo, la nostra prima casetta, che sono riusciti ad acquistare con i loro risparmi. Riuscivano a non farmi mai scoprire niente. La mattina del 25 dicembre mi svegliavo e vedevo il tavolo colmo di ogni ben di Dio. Babbo Natale era passato anche questa volta.



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